
Il segno poetico di un’inconsolabile
carezza fotografica
Quarantaduemila cartelle riposavano in lunghi corridoi anonimi.
Ogni cartella un malato, una storia, un libro, un film
dimenticato da raccontare.
Passavo a Gin i faldoni sperando di ritrovare le briciole di tanti ‘innocenti Pollicini’ senza sentiero di guarigione: l’idea
consolante di un ‘normale’ ritorno a casa. Il segno dovuto
di una resurrezione riparatrice. “Un’anima. Ridategli l’anima!”
Le mie mani nel voltare di pagina diventavano carezze polverose aggiunte ad altre carezze senza età. Immagini inconsolabili
con aura argentata di una sospensione nel tempo dolorosissima.
Ad ogni scatto fotografico di Gin si compiva una sorta
di respirazione bocca a bocca, di rianimazione in vita.
“Il pudore è in quell’istinto fotografico pulito!” mi ripetevo.
Cercavo nell’arte di Angri la certezza che non avremmo infranto l’intimità di quel fragilissimo patto del cuore con quelle anime perse in cartelle e cartelle di diagnosi e supplizi.
E mentre il fotografo scattava con riguardo:
“Le parole, che senso avevano in quell’attimo le parole?”
Inadeguate.
Che ci faceva un poeta lì? Nessuna poesia avrebbe mai potuto
ridare il senso di tanti abbracci mancati, di ambigui ricoveri
in odore di miseria, di lettere che ancora aspettavano una
partenza… all’insaputa del mittente mai spedite… che risposta mai ci sarebbe stata ora?
In quel corridoio eterno ad aprirsi in faldoni e faldoni
come scatole cinesi si chiudeva nel petto l’irrespirabile
senso di incolmabili dimenticanze. Io e Gin, poeta e fotografo, eravamo la più aritmica extrasistole in un unico
cuore/tango/corridoio straziato violato inconsolabile.
In un silenzio così silenzio che… assordante… persino
gli acari della polvere tossivano imbarazzati.
Storie di traditi e tradimenti.
Ancora danzava alla voce ‘tracce di demonologia’ il sospeso
delirio di Odette ballerina a Lione finita nel manicomio di Como nel segno del tradimento del suo amante coreografo falso
e ingannatore. Gavino dal Gennargentu non contava le pecore
per addormentarsi, ma ne rubò una dal gregge del pastore vicino e per questo punito, mandato al fronte del Piave, avendo in odio le armi e la guerra, disertò, e in quella colpa ora riposa, pazzo, senza pace tra le cartelle… le troppe carte dell’ex manicomio
San Martino.
In quelle cartelle d’archivio in tanto inchiostro intriso
di perentorie sentenze, di colpe, di violenze morali e fisiche...
l’inchiostro inquisisce…’le macchie’… le macchie…
‘offesa oltraggio pena peccato’... le macchie di…
…Aspettando un’immensa carta assorbente di un qualunque,
fosse anche l’ultimo, Dio.
Mauro Fogliaresi